Su Il Sole 24 Ore di oggi ho letto un articolo interessante sul ritorno all’essenzialità nel branding: sempre più aziende stanno scegliendo di affiancare, o addirittura privilegiare, versioni in bianco e nero dei propri loghi, riducendo al minimo l’uso del colore e semplificando le palette cromatiche.
La scelta non è soltanto estetica. È una risposta a un contesto comunicativo sempre più affollato, dove la superficie mediatica è satura di stimoli visivi, notifiche, animazioni e contenuti che competono costantemente per la nostra attenzione. In questo scenario, la sottrazione diventa un atto progettuale consapevole: meno elementi, maggiore riconoscibilità, più forza espressiva.
È un approccio nel quale mi ritrovo particolarmente. Già da diversi anni progetto per alcuni clienti identità visive pensate per vivere principalmente in bianco o nero, lasciando che sia il colore del supporto, del contesto o del fondo a completare il sistema visivo. Una scelta che obbliga il marchio a fondarsi su proporzioni, segno, equilibrio e leggibilità, senza affidarsi al colore come elemento distintivo principale.
L’idea è stata quella di creare alcuni loghi che fossero o bianco o nero, sfruttando il solo colore del fondo su cui venivano applicati.
Quando un logo funziona davvero in bianco e nero, tende a funzionare ovunque: su carta, su schermo, in piccolo formato, in negativo, in movimento. Il colore può arricchirlo, ma non diventa indispensabile. E forse, in un’epoca dominata dall’eccesso visivo, questa capacità di essere essenziali rappresenta una delle forme più efficaci di contemporaneità.







